26 settembre 2005

Comunicazione di servizio

Il treno si ferma qui. Chi vuole proseguire lo aspetto qui

23 settembre 2005

Un' IKEA romantica

La cena non è male. Nulla di trascendentale, per carità, ma è guarnita con quel apprezzabile gusto da rivista di cucina di mamma. Una pasta leggera leggera, con i pomodorini e poco aglio, e la fogliolina di basilico a guarnire; una insalatina mista prelavata; due o tre spezie giuste; la crepes dolce, scongelata, con i ricciolini leziosi di panna spray sui bordi del piatto.
Il vino l’ho portato io, però. Bianco, secco, friulano doc. Tintinniamo i bicchieri con una malizia che mi stuzzica alquanto. L’invito è stato piuttosto inaspettato ma le cose belle, si sa, nascono e vengono meglio se sono spontanee.
Nell’avvicinare i bicchieri le sfioro le dita. Lei indugia quel tanto che basta per farmi salire un brivido al collo. L’orologio della sala segna le dieci e trenta della sera e il caffè gorgoglia sul fuoco pronto già a fuoriuscire con impeto dal beccuccio della moka. Lei s’alza e mi avvicina la tazzina sul tavolo iniziando a versarmelo. Mi indica l’armadietto dove ci sarebbe una bottiglia di grappa che mi attende e, con un sorriso, mi dice: “Serviti pure, vado un attimo di là a mettermi ora qualcosa di comodo”. Rimango da solo nella stanza a rimestare, vagamente emozionato, il cucchiaino nella tazzina provando ad immaginare la maniera che avrà scelto di ripresentarsi in salotto. Ripasso mentalmente un suo possibile guardaroba sexy e propendo per un sperabile baby-doll semitrasparente, simile ad uno che avevo notato in una vetrina di intimo per donna del centro. Quando sollevo gli occhi dalla tazzina il caffè si ferma in gola bruciandomi l’esofago come un tizzone ardente. Mi viene da tossire. Sulla porta il suo corpo si staglia dalla penombra del corridoio. Indossa una felpa pesante, ampia e lacera, che le arriva alle ginocchia. Le gambe indossano un pigiamone a fiori dai colori che non s’accompagnano per nulla. Trascina con sé uno scatolone grande quanto lei e, sputando a terra un cacciavite che stringeva in bocca, mi chiede con lo sguardo più seducente che le è concesso in quella condizione: “Mi daresti una mano adesso a montare la libreria? Dalle istruzioni qui allegate non ci ho proprio capito un bel nulla".

20 settembre 2005

Una breccia di commento uggioso.

Curioso. Oggi è il 20 settembre. E il 20 settembre 1870 è avvenuta la breccia di Porta Pia. E il 20 settembre (stanotte all’una per la precisione) è stata eletta Miss Italia. Guarda un po’: una piemontese. E oggi leggo che il cardinale Ruini (forse memore del fatto che un tempo il potere del Vaticano era pure temporale oltre che spirituale) non perde l’occasione per ribadire ciò che pensa la Chiesa riguardo le coppie di fatto o gay (che già metterle assieme nel medesimo calderone in questa diatriba è grottesco).
Io, ovviamente, porto rispetto alla sua opinione (chiamiamola così) ma se tali concetti i sacerdoti li esprimessero meglio e solo durante le loro omelie, ai fedeli raccolti tra i banchi di una chiesa, o durante gli incontri di catechismo o prematrimoniali, sarebbe più opportuno. Lo Stato pensi invece a non farsi influenzare e, in tutta serenità, si adopri a creare tutele e democrazia per tutti sperando magari che qualcuno non si azzardi a chiedere firme per un ennesimo referendum. Abbiamo già dato recentemente, anzi, no, la maggior parte di noi ha dato proprio un bel nulla restandosene beatamente a casa in pantofole e spacciando la cosa per cosciente scelta civile.

Per tre serate la RAI (televisione di stato) ci ha ammorbato, come da immutabile tradizione, con la visione di fanciulle in bikini costrette a sfilare avanti e indietro, a stare ore e ore in piedi, immobili, sorridenti, sopra una scalinata, a rispondere alle più insulse domande e a presentarsi al pubblico come nemmeno la più deficiente delle bambine di sei anni può fare (e ne hanno ben venti di anni!!).
Pare che la maggior parte di loro sia disposta ad ammettere che il desiderio più alto sia sposare un imprenditore (oltre naturalmente a sfondare come attricette e velinette). Accidenti che concrete ambizioni hanno queste qui. E gli organizzatori ci vorrebbero convincere che queste rappresentano la parte solare e sana del Paese.
Confesso che a me fanno soprattutto tanta tenerezza i fidanzatini di queste miss. Quelli che le accompagnano (o che rimangono a casa con la famiglia allargata ai teorici suoceri sul divano davanti il televisore). Sembra sempre che non si rendano mai conto che questi sono gli ultimi giorni di gloria per loro al fianco di tali bravi bambine tutto mamma, papi e nonni meravigliosi. Verranno tutti lasciati da esse (o le lasceranno) appena si accenderanno i riflettori di una qualunque sagra paesana e il primo scalzacane di procuratore inizierà ad aggirarsi con qualche contrattino pubblicitario di seconda scelta in mano. Ma si vuole mai criticare qui il giusto Sogno ad una fanciulla baciata dalla beltà donata dal Signore? Ne conviene anche lei cardinal Ruini, vero?

19 settembre 2005

Deja vù

Gioco a "tirarmela" un po'.
Leggo oggi su Repubblica.it sul blog di Crosetti un post su Calvino. Mesi fa scrissi anch'io qualcosa a riguardo (usando persino la medesima citazione) come potete eventualmente leggere qui

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12 settembre 2005

giorno d'estate in camper

Il bimbo osserva i fogli bianchi sparsi sul tavolino e raccoglie dalla scatola una matita colorata. Inizia a disegnare con tratti precisi. Ogni tanto la punta della matita si spezza così dalla scatola ne afferra subito un’altra incurante del colore. Il disegno variopinto prende, a poco a poco, forma: una testa sbilenca, linee di capelli arruffati, un corpo tronco, due rettangoli divaricati stretti, lunghi lunghi, simili a gambe, una mano di tre dita, l’altra monca.
Difegno papà”, dice.
Fuori piove da ore, l'ennesimo temporale d'estate accende saette all'orizzonte. Il bimbo alza la testa verso la piccola finestra del camper e vede le chiome degli alberi scosse dal vento.
Ftiamo al siculo qui vero mamma?”. E rimane in attesa di una risposta mordendo la matita.
“Certo tesoro, siamo al sicuro qui. Vedrai che torna poi papà e ci sarà il sole così potrai giocare fuori assieme a lui”.
Il bimbo guarda la madre, ritta davanti al piccolo ripiano del cucinino mentre è intenta a tagliare una cipolla, e le sorride. Si sente proprio siculo ora. Più volte la osserva strofinarsi con il dorso della mano il volto. Guarda lei, guarda fuori, riguarda i suoi occhi ora parecchio arrossati, guarda ancora fuori.
Rivoli d’acqua scivolano sul vetro in sentieri improvvisi che il suo sguardo curioso accompagna.
Il bimbo posa un dito appena sotto la palpebra inferiore dell' occhio e lentamente lo fa scivolare giù lungo la guancia, poi lo punta al vetro e esclama: “Mamma! Guarda! Le lacrime della pioggia!”



lacrime di pioggia
il tuo ricordo mi parla
dalla mia finestra
io guardo il mondo che passa
ed ogni giorno ci sarai
ogni minuto che vorrai
ad ogni passo della vita
e quale strada sceglierai
che direzione mi consiglierai
ad ogni passo della vita


(da : Lacrime di pioggia di Antonello Venditti)

29 agosto 2005

corsi, ricorsi e concorsi di colpa

Nella tradizione del cinema americano esiste il genere del cinema impegnato che tocca temi importanti. Penso ad esempio al nucleare (Sindrome cinese), all’inquinamento ambientale (Erin Brockovich), al giornalismo politico d’inchiesta (Tutti gli uomini del Presidente).
Sono, questi, tutti esempi di temi ispirati a fatti reali e trattati in modo serio, rigoroso e senza indulgere al facile macchiettismo.
In Italia, purtroppo, non c’è gran tradizione per il cinema di tal genere. L’italiano, sin dal dopoguerra, fatta salva la gloriosa parentesi del neorealismo, è stato nutrito con la commedia, l’avanspettacolo e le storielle amene, o struggenti, aventi l’atteso e inevitabile lieto fine.
Durante i tempi del fascismo ci si distraeva con i films definiti: dei telefoni bianchi; poi vennero i drammoni commoventi dell’accoppiata Matarazzo-Nazzari; poi seguì la saga quarantennale dell’ italiano medio e dell’ italiano pittoresco e picaresco dei Sordi, Manfredi, Tognazzi e Gassman; fino a giungere alla comicità facile e di pancia dei fratelli Vanzina, di quella tragicomica di Villaggio e del filone toscano capitanato da Pieraccioni.
Le uniche eccezioni davvero impegnate sono venute da films sulla mafia (da Salvatore Giuliano di Rosi, fino ai più recenti riguardanti i martiri Falcone e Borsellino) e dai films sul periodo nero dei cosiddetti anni di piombo ovvero degli anni che hanno quale epicentro il delitto Moro.
Ed è proprio in riferimento a questo ultimo periodo che nelle sale (preciso: nella unica sala cittadina che ha avuto un’affluenza, sabato sera ultimo scorso, di ben tre spettatori compreso il sottoscritto) si proietta la vicenda di un commissario (Francesco Nuti) alle prese con un caso di presunto suicidio di un sindacalista dei giorni nostri a seguito di un prologo ambientato pochi giorni prima del sequestro del presidente della DC.
Qui la storia non la racconto che, per chi la volesse scoprire, non sarebbe nemmeno male, sennonchè dal regista (Claudio Fragasso, vedi: La casa 5, Non aprite quella porta 3, Palermo-Milano sola andata) mi sarei aspettato un film con più tensione e ritmo.
Ho avuto invece l’impressione che il cast fosse totalmente inadeguato nella rappresentazione dei personaggi e nella recitazione davvero poco credibile. Mi è sembrato che Nuti e Benvenuti assieme facessero ancora ricordare i tempi dei “Giancattivi” e ci si aspettasse sempre, da un momento e l’altro, l’entrata in scena di Athina Cenci.
Sul film aleggiava un’aria da thriller grottesco, non si sa quanto voluta, che mi ha ricordato in parte le atmosfere e la caratterizzazione dei personaggi di David Linch, quello dei tempi di Twin Peaks per capirci. Se così fosse: chapeau.

Ad ogni modo il periodo a cavallo del ‘77 rimane ancora una ferita troppo aperta per mantenere le dovute necessarie distanze. Forse sarà stato giusto evidenziare quanto poco oggi sia rimasto degli ideali di quegli anni e quanti “convinti rivoluzionari” di allora siano oggi degli stimati borghesi ben inseriti nei gangli del potere politico-mediatico-culturale odierno. Forse sarà inevitabile questo gettar fango "revisionista" verso chi nelle piazze auspicava “un mondo migliore e più giusto” con il pugno alzato contro chi “manteneva l’ordine costituito” con il manganello sfilato. Quelli sono stati anni duri e dolorosi, pieni di idee e programmi divulgati con il ciclostile e oscurati da nuvole di lacrimogeni e ammaccati dai colpi delle sbarre di ferro. Anni che hanno trovato l’inevitabile culmine e sfogo nelle canne fumanti delle P38 pronte a mordere con i loro proiettili le gambe (e poi molto altro) di malcapitati presunti, innocenti, nemici del popolo. Anni da dimenticare o forse da ricordare e analizzare con una migliore e più opportuna onestà storica. Anni di rabbioso disordine e di guerre civili cittadine delle quali proprio Padova, all’epoca, risultò essere uno dei focolai più accesi.

C’è, a chiudere, una delle scene finali dove si vede il figlio black-block soccombere ed implorare, sotto la gragnuola di manganellate dei poliziotti, l’intervento del padre commissario a protezione e difesa dopo che, ad una cena famigliare precedente, l’avesse offeso vomitandogli addosso slogan triti contro il potere schiavizzante delle multinazionali. E’ una scena che non fa certo ben sperare che la storia non si ripeta e che le colpe, gli eccessi e i voltafaccia opportunistici e meschini dei padri, non ricadano, ancora e sempre come al solito, sui figli. In fondo nemmeno loro tanto innocenti.

20 agosto 2005

Lavare un elefante

Nel mio paese, Staranzano, vi risiedono circa tredicimila anime comprendendovi in esse gli animali tra cui le raze (anatre) vive almeno fino al giorno della sagra omonima.
Scrivo del mio paese perchè è lì che risiede l'autrice del libro dal titolo: Lavare un elefante.
Ed è un titolo che trovo bellissimo.
Qui non si parla di savane e continenti africani ma di una coppia di coniugi che hanno fatto dell'apertura agli altri, dell'ascolto e dell'accoglienza, il proprio progetto comune di vita.
L'autrice è originaria della provincia padovana, triestina d'adozione prima e poi residente, con il marito, a Staranzano nel cuore della bisiacaria.
Nel libro si narra, inizialmente, di come sia nata la scintilla che ha portato alla scelta coraggiosa, anticonformistica e, forse per molti, sconcertante di radunare dal nulla, dentro le proprie mura di una mansarda, prima, e di una fattoria "alternativa", in seguito, giovani al di fuori delle comuni aggregazioni già esistenti (parrocchia e associazionismo vario).
Si narra di anni condivisi assieme a ragazzi vivi e altruisti, di convivenza tra figli naturali e in affido, di problemi giovanili, di esperienze con l'handicap, di girandole di innamoramenti, di linee d'ombra lasciate alle spalle.
Si narra anche di animali allevati ed accuditi con amore materno, di un "focoso" becco, di masorini innamorati, di una gatta eterna in vita e poi nella memoria.
E si narra anche del dolore, di momenti estremamente intimi e di sensazioni profonde attraverso episodi struggenti e commoventi che raggiungono la poesia.
Un libro che pare una saga magica dal sapore vagamente sudamericano, che abbraccia quasi quaranta anni di vita, scritta da una Isabel Allende dell'Isontino.
Un libro autobiografico che è anche piuttosto divertente, dove ci sono parti che sembrerebbero frutto di sola fantasia se non fosse che alcune persone descritte io le abbia conosciute personalmente in altri momenti e contesti.
Sono pagine che trasudano gioia di vivere, voglia di donarsi in cambio anche di un solo semplice sorriso. E' la storia di un amore coniugale intenso cementato dal desiderio di incontrarsi a vicenda e di accettarsi per quello che si è. E' la storia di un cammino spirituale e personale chissà mai se concluso pienamente. E' una maniera, credo, di invitarci a bere assieme a loro il buon latte genuino e prezioso di una capra provvidenziale e generosa.
E mi piace credere che ciò che insegna questo libro è che nella vita non ci si debba fermare davanti a nulla perchè nulla è davvero impossibile se lo si desidera intensamente. Semplicemente potrà essere soltanto un pochino più faticoso. O terribilmente complicato qualche volta.
Come lavare un elefante, per l'appunto.




Clara Facco
Lavare un elefante
ed. Ikon